venerdì 10 febbraio 2012

La sposa bambina

Me ne rendo conto soltanto oggi, giorno in cui la mia vita è cambiata: le spiegazioni abbozzate che mi davano da bambina s’incastrano perfettamente con questo nuovo quadro che mi fa venire le vertigini.
Ho perso le radici di me stessa, e non so più chi sono.
Ma andiamo per ordine.

Erano giovani e avevano una splendida bambina. Bella lo era davvero, con gli occhi grandi del colore del mare, e vivevano in un piccolo paese dell’entroterra.
Come in ogni favola che si rispetti la mamma morì giovanissima, e lasciò la bambina in tenera età ad un marito pronto a risposarsi.
La matrigna seguì alla perfezione il copione, e non appena l’età della bambina glielo consentì, spinse il debole marito a darla in moglie. Erano tempi in cui non si chiedeva permesso ai figli per combinare le unioni, e un buon partito non poteva essere rifiutato.
Per lo meno non fu il convento.
Fu spinta fra le braccia di don Carlo, ricco agricoltore di mezza età, a dodici anni suonati: era mia nonna Anita.
Forse qualcosa di strano doveva esserci in quel ricco signore, se non aveva mai contratto matrimonio fino allora e viveva isolato con le sue mandrie in un paesino di montagna, ma era inutile porsi domande, e così fu ipotecata la felicità di Anita.
Dopo la cerimonia, la sposa-bambina si presentò alla porta della sua nuova casa con un baule di vestiti, le bionde trecce nascoste sotto la cuffia, ed una bambola di pezza a cui sembrava volersi aggrappare in cerca di aiuto.
Chissà se don Carlo sorrise di tenerezza nel fare entrare la moglie in casa? Quello che è certo è che si comportò da gentiluomo, e attese senza fretta che la natura facesse il suo corso e rendesse quella bambina una donna.
Anita, sollevata dai suoi doveri coniugali, passava le giornate cantando canzoncine e giocando con la bambola da cui non si separava mai. Gliel’aveva cucita la madre, ed era tutto ciò che le restava di un’infanzia perduta da tempo. La governante l’aveva presa a ben volere, e si intratteneva con lei raccontandole fiabe come se fosse una delle sue nipoti.

Passarono gli anni, e Anita sbocciava come un fiore rarissimo. Il marito l’adorava per quanto era in grado di fare, perché nel suo cuore ruvido non era capace di provare più di una profonda devozione.
Capitò un giorno per caso un famoso pellaio nel paese vicino, e don Carlo volle incontrarlo per vendergli le sue pelli ed estendere gli interessi in quel settore.
E così Mastro Giacomo, distinto signore dall’aria ironica, fu accompagnato alla tenuta e invitato a fermarsi per il pranzo.
Un ospite era cosa rara, e Anita si presentò così bella che sembrava risplendere di luce. Bastò uno sguardo perché fra i due si accendesse la passione: lei era del tutto nuova a certe sensazioni, e Giacomo non aveva mai visto tanta bellezza e raffinatezza in una donna.
Non c’è bisogno di dire che Mastro Giacomo e don Carlo iniziarono una collaborazione fruttuosa, e le visite del pellaio in quella casa erano sempre più frequenti.
Finché un giorno non si presentò più: si era portato via il bene più prezioso di quella casa, e non aveva altri motivi per tornare.
Anita aveva preparato un piccolo fagotto in cui aveva avvolto poche cose, e in una notte di luna piena era sgattaiolata via senza voltarsi indietro.
Camminò alla luce della luna in quelle montagne sconosciute per ore, attraversando ruscelli e scavalcando roveti, scivolando lungo ripide scarpate e arrampicandosi su pendii impervi.
Il cuore le batteva veloce e rimbombava tanto da farle male, ma proseguì caparbia fino alla lontana città.
Divenne così “la pellara”, la moglie del pellaio, in quella città della sua rinascita.
Nessuno l’aveva mai vista sorridere, e non aveva mai dato confidenza ad anima viva, ma nonostante ciò lasciava gli uomini girarsi ammirati al suo passaggio.
A pensarci bene oggi, anche io ho visto ben poche volte i suoi occhi impenetrabili velarsi di risa.
Forse era felice solo con il suo Giacomo, da cui ebbe sempre tutto ciò che desiderava.
Compresi i quattro figli che nulla sapevano di don Carlo.
Ne portavano ignari il nome, quello stesso che credevo fosse il mio fino ad oggi, ma che non è altro che un ricordo grottesco della colpa di nonna Anita.

Accomunati dalla stessa discendenza, vedo me e i miei parenti come figli del vento, e mi sembra di aver vissuto in una menzogna: il primo dei miei antenati è uno sconosciuto senza nome, e io mi sento perduta in questa mancanza di origini.
In un vortice di pensieri che mi sferzano come pietre, capisco di non essere più chi credevo, e che le mie vere radici seguono un sentiero diverso da quello che ho sempre conosciuto.
E che dire di quegli sventurati che non poterono compiere il loro destino di uomini? dare dei figli alla propria moglie, l’uno, e il giusto nome ai propri figli, l’altro.
Ma quella felicità tardiva ebbe un caro prezzo anche per lei.
E non fu l’ombra dell’adulterio, di cui solo in pochi sapevano, né la colpa dell’abbandono.
Ma la bambola di pezza, a cui dovette dire addio in una lontana notte di luna piena.

P.S.
Questa è una storia vera.
Ringrazio la protagonista per averla condivisa con me

2 commenti:

  1. e di una tenerezza infinita

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  2. Su questa storia si potrebbe scrivere un romanzo;-))

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