Le piaceva quel quartiere pieno di alberi e verde, e le
persone che ci vivevano sembravano gentili e amichevoli.
Da qualche giorno avevano deciso di cambiare vita, e il
primo passo era senz’altro il cambio della casa, del quartiere, delle abitudini
quotidiane.
L’appartamento era carino, e dopo le solite formalità con
l’agente immobiliare Maria decise di prendersi una pausa al caffè all’angolo.
Un modo in più per conoscere la zona.
Il locale era in penombra, ed era un posto più stile pub
inglese che il solito bar italiano, ma non così pesante nell’arredamento.
Essenziale e pulito, questa era la principale impressione.
Maria si era seduta su uno sgabello al bancone, e aveva
ordinato un caffè decaffeinato e un bicchier d’acqua. Ci versò dentro delle
gocce -non ricordava nemmeno più per cosa gliele avessero prescritte- e bevve, vagando con lo sguardo sereno e tranquillo.
Un bimbetto le si avvicinò pieno di entusiasmo.
“Mamma!” aveva esclamato, e le aveva abbracciato la gamba. Era
sicura che si fosse confuso con qualcun’altra, ma era l’unica donna nel locale.
Il bambino avrà avuto si e no tre anni, era parecchio
sporco, e in effetti aveva proprio l’aria di essersi perduto.
Leggermente a disagio, Maria si chinò verso il bimbo e gli
spiegò che lei non era la sua mamma, ma che l’avrebbe aiutato a trovarla.
Il piccolo non sentiva ragioni, e non riusciva a staccarlo
dal suo abbraccio insistente.
“Mamma: mamma” diceva
con insistenza.
I pochi avventori del locale erano troppo sprofondati nei
loro pensieri per notare quanto stava accadendo, nonostante lei cercasse
appoggio nei loro sguardi.
Poteva essere un piccolo zingarello scappato da violenze
familiari? Poteva essere un bambino dell’istituto per minori in cerca di
genitori?
“Vieni con me piccolo, andiamo alla polizia, va bene? Ti ci
porto io” concluse lei dopo aver chiesto al titolare del locale se avesse idea
di chi fosse quel bambino.
In commissariato i due nuovi arrivati crearono una grande confusione.
Tutti si davano da fare per mettere a proprio agio il piccolo, e diedero il via
una serie di ricerche, telefonate e fax, allo scopo di identificare
il minore smarrito.
Il bambino si stringeva sempre più alla donna, spaesato, aggrappato
a lei come ad un salvagente in mare.
Arrivarono anche quelli dei servizi sociali, e trovarono un
piccolo in lacrime aggrappato al collo di una donna confusa e a disagio, che
giurava che era la prima volta che lo vedeva in vita sua.
“Amore, ti prego, raggiungimi”, telefonò al marito. “Sono in
commissariato e temo che la cosa si possa fare lunga”.
Gli agenti le posero mille domande, ed ogni tanto Maria aveva la netta sensazione che qualcuno dubitasse della sua buona fede.
“Ma come avrebbe fatto un bambino così piccolo ad arrivare
in quel locale senza essere notato?” le chiedevano.
Lei ignorava tutto quello che era successo prima del suo
ingresso al pub, diede il recapito dell’agente immobiliare perché verificassero
che non stava mentendo, e tendeva le mani in avanti con i palmi verso l’alto,
spesso congiungendole a mò di preghiera. Questo nel linguaggio del corpo
significa che la persona non sta mentendo.
E non stava mentendo, Maria.
Finalmente identificarono il bambino. Ne era stata
denunciata la scomparsa pochi giorni prima, in circostanze semplicissime: era con
i genitori alla fiera del quartiere, quando in un istante si era divincolato
dalla mano della madre, e non era stato più trovato.
Il quartiere dove era stato smarrito, in effetti, non era
tanto distante dal luogo del ritrovamento. Restava solo da chiarire come avesse
fatto il piccolo a gironzolare da solo per tre giorni senza essere notato da
anima viva, senza mangiare né bere.
Gli agenti chiamarono immediatamente la centrale dove era
stata denunciata la scomparsa, e diedero commossi la notizia del lieto fine.
Avevano in mano finalmente il numero di telefono dei genitori, ma nessuno
rispose in casa.
“Tesoro, ma che succede?” disse preoccupato il marito di
Maria entrando trafelato.
Lei era pallida e con lo sguardo assente, stava per avere
un’altra delle sue crisi. La abbracciò stretta a sé, e senza parlare cercò di
tranquillizzarla. Sapeva che quello era l’unico modo per farla tornare calma.
“Non capisco…” diceva lei. “Quel bambino, lo senti come
strilla con gli assistenti sociali… continua a chiamarmi mamma e non vuole staccarsi
da me… L’ho incontrato per caso in un pub poco fa, e da allora continua a
credere che io sia la sua mamma.”
Lui si avvicinò al bambino colmo di speranza.
Fra uno strillo e l’altro, il bimbo lo vide.
“Papà!” gridò.
L’uomo aprì la bocca in un grido muto, lo prese fra le braccia
con passione, iniziò a piangere.
In quel momento gli squillò il cellulare.
Era la centrale della polizia.